23.4.17

1 MAGGIO, A FIRENZE SI TORNA IN PIAZZA DOPO TANTI ANNI


Il PCL invita tutti e tutte a partecipare al corteo indetto dall'assemblea cittadina "per un primo maggio di lotta"

25 APRILE IN PIAZZA SANTO SPIRITO



Anche quest' anno il 25 Aprile di Firenze Antifascista in Piazza Santo Spirito 

Dalle 15:00 interventi, contro-informazione, musica, cibo e bevande a prezzi popolari! 
Alle 17:00 corteo antifascista per le strade del quartiere.  
A seguire cena in piazza e concerto con: ESERCITO RIBELLE (Firenze militant rap) IVANOSKA (Firenze Ska Punk) FIRENZE é ANTIFASCISTA! 

-- Contro il pattume reazionario, razzista e fascista, per la liberazione di tutte e di tutti! 

Per ancora un anno di troppo siamo stati costretti a sopportare le facce indigeste dei vari Renzi, Salvini, Minniti, Nardella, Poletti. Questi soggetti entrano non invitati nella nostra esistenza per peggiorarla, tagliandoci diritti, salari e servizi. Non contenti, vorrebbero intossicarci con la loro propaganda, pretendendo di dettarci comportamenti e pensieri compatibili con gli interessi di chi gestisce questo sistema. Al loro seguito viene uno stuolo di cosiddetti giornalisti e opinionisti, in realtà pennivendoli pronti a fomentare senza più ritegno l’odio verso gli immigrati, gli emarginati, i sovversivi, solerti nel riportare fedelmente le veline delle questure, pronti a infilarsi a seconda delle esigenze il casco della celere o l’elmetto dei militari che ormai fanno parte integrante dell’arredo urbano della loro città vetrina. Sacerdoti della famiglia tradizionale, apostoli del decoro urbano contro il degrado, difensori della patria e della vera religione minacciate dall’invasione islamica, trovano eco in un sottobosco di iniziative all’apparenza spontanee: comitati antidegrado che applaudono a ogni nuova misura di polizia o pagano sbirri privati per tenere sgomberi i marciapiedi; organizzazioni caritatevoli che raccolgono cibo ma solo per italiani doc; cittadini in rivolta contro la minacciosa presenza di rifugiati, magari ragazzini o mamme con neonati. Non è poi tanto difficile vedere che gli interessi che, a Firenze come nelle altre città, muovono e indirizzano questa apparente spontaneità, sono molti e trasversali. Sono quelli dei gruppuscoli fascisti che si camuffano da cittadini indignati per ricavarsi una legittimità che altrimenti non avrebbero. Sono quelli dei bottegai e dei palazzinari che non vogliono vedere svalutate le proprie rendite a causa di presenze non compatibili. Sono quelli dei politicanti di professione, i Nardella, Alberti, Donzelli, Giani, Barabotti, che costruiscono carriere politiche sulla propaganda securitaria e sono ben contenti di dare visibilità e appoggio a chiunque alimenti un clima favorevole alle proprie ambizioni. Come spiegarsi, altrimenti, che un ministro dell’interno del PD arrivi a esautorare le autorità locali di una città come Napoli per imporre con la violenza poliziesca la presenza sgradita di Salvini, cioè di un campione di quel “pericolo populista” che viene continuamente agitato dal suo partito di fronte a una parte dell’opinione pubblica? O come spiegarsi che un intero quartiere come S. Croce, a novembre scorso, venga blindato per permettere la calata di qualche migliaio di leghisti completamente estranei alla città, e che poi i leghisti stessi si permettano di scorrazzare per la città a provocare ma poi siano gli antifascisti a finire denunciati? Evidentemente per il PD il pericolo populista non è poi così grave, visto che secondo il suo governo l’unico comportamento ammissibile verso razzisti e fascisti è quello di stendere il tappeto rosso, beninteso con la scusa di difendere la libertà di espressione. O meglio, è più fruttuoso passare all’incasso, utilizzando Salvini oggi come Berlusconi ieri per estorcere il voto di chi può, magari, essere sinceramente preoccupato dello spazio che hanno certi personaggi. E così, in prossimità del 25 aprile, vedremo i peggiori reazionari come Nardella e Giani che si riscoprono antifascisti per un giorno, aggiungendo al danno la beffa. Ancora più importante, però, è che vogliono passare all’incasso gli interessi che muovono da dietro i fili di tutte queste marionette: piazze ripulite a uso e consumo dei clienti danarosi grazie al decreto Minniti, lavoratori ricattabili e videosorvegliati grazie al job act, studenti addomesticati dai controlli polizieschi e dall’alternanza scuola / lavoro, immigrati rinchiusi nei cie o ridotti a subire ogni angheria in silenzio dal clima di razzismo diffuso. E, per chiunque si opponga, denunce, misure preventive, arresti... Per questo vogliamo che questo 25 aprile sia vissuto, ancora di più se possibile, come una giornata di lotta. Perché resta più che mai viva e valida la spinta che ha portato i partigiani a prendere le armi per costruire una prospettiva di vita liberata dal bisogno e dall’oppressione, contro le brutture e il marciume in cui vogliono soffocarci, oggi come 70 anni fa. 

Firenze Antifascista

16.4.17

SOLIDARIETA' AI LAVORATORI AVIS IN LOTTA!



Nella giornata di ieri alcuni militanti di IAM, Ass. Mariano Ferreyra e Partito Comunista dei Lavoratori si sono ritrovati davanti alla sede della multinazionale AVIS autonoleggi, in Borgo Ognissanti per esprimere solidarietà ai cinque lavoratori pisani addetti alla pulizia delle auto, che nel dicembre 2016 si sono visti recapitare una lettera di licenziamento dalla suddetta azienda a causa di un cambio d'appalto e per i dieci che  sono stati riassorbiti  dalla nuova ditta appaltatrice con però un netto peggioramento delle condizioni lavorative. 

Da mesi i lavoratori AVIS, dell'aeroporto G.Galilei di Pisa, sono protagonisti di picchetti, scioperi e blocchi; durante uno di questi, lo scorso gennaio, un lavoratore è stato investito e trascinato per alcuni metri da due turisti che intenzionalmente avevano forzato il blocco. 
Anche nella mattinati di ieri sempre all'aeroporto di Pisa, completamente militarizzato da diversi reparti di celere, si sono registrati blocchi nei piazzali, per chiedere il reintegro immediato dei cinque addetti alle pulizie. Ci sono stati momenti di tensione quando alcuni lavoratori sono stati aggrediti dagli addetti alla sicurezza assoldati dal responsabile locale e dalle forze dell'ordine, per aver provato ad avvicinarsi all'ufficio AVIS interno all'aeroporto dove vengono stipulati i contratti di autonoleggio. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori Sezione Firenze e l'Associazione Mariano Ferreyra esprimono solidarietà e si schierano dalla parte di tutti i lavoratori Avis in lotta, colpiti da sfruttamento e repressione poliziesca e padronale. 


REINTEGRO IMMEDIATO DEI CINQUE LAVORATORI LICENZIATI!
SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI SEZIONE FIRENZE - ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA

11.4.17

CON IL DASPO MINNITI CONSENTE AI SINDACI DI ESSERE ANCHE QUESTORI



E’ del 16 marzo, il decreto del ministro dell’interno Minniti sulla sicurezza urbana di “straordinaria necessità e urgenza”, approvato dalla Camera in prima lettura e che inseguendo a larghi passi le orme del predecessore Maroni, col pretesto legalitario “della sicurezza e del decoro urbano”, consente ai sindaci di usufruire di poteri di ordinanza non dissimili a quelli dei questori, rendendo lecite misure speciali da stato di polizia affinché lontane alla vista, rimangano la povertà, l’immigrazione, le marginalità tutte. Il decreto, che aveva ricevuto il placet dal Consiglio dei ministri del governo Renzi-Gentiloni il 10 febbraio scorso, unitamente a quello del ministro della Giustizia Orlando volto ad una restrizione nella richiesta asilo dei migranti, facilitandone le espulsioni, è arrivato al Senato affinché si confermasse in legge (ad oggi le richieste di asilo prevedono un sistema diviso in tre gradi di giudizio, così come per tutte le altre procedure presenti nel nostro sistema , che includono i processi penali come i ricorsi amministrativi. Al primo grado afferiscono una serie di commissioni territoriali a cui il migrante si rivolge per la prima richiesta di asilo politico. Qualora la domanda venisse respinta, i migranti possono fare ricorso al tribunale ordinario e solo in seguito ad un altro rifiuto, rivolgersi alla Corte d’appello. Si pensi che il ministro Orlando ha reso noto che soltanto nei primi cinque mesi del 2016, le richieste di appello sono state 15 mila. Ma ciò che conta pare proprio sia l’espulsione: perché le procedure siano più agili, il decreto ha eliminato il “terzo grado di giudizio” per i migranti, non consentendo più loro la possibilità di fare ricorso alla Corte d’appello. È stata in questo modo anche scarnificata la procedura di “secondo grado” in modo tale che durante il ricorso al tribunale, il giudice possa prendere la propria decisione senza parlare con il richiedente, facendosi un’idea semplicemente guardando la videoregistrazione dell’udienza nella commissione). 

Il provvedimento ha totalizzato 230 voti a favore, praticamente quelli del PD, il nuovo gruppo parlamentare - con i fuoriusciti guidati da Bersani e Speranza che non hanno fatto una piega verso la maggioranza di governo - . E’ dunque verosimile pensare che potrebbero restituire la cortesia anche in Senato dove la maggioranza si ritroverebbe i voti del gruppo e di Verdini (da plurinquisito ora anche condannato). I voti che si sono espressi contrari sono stati quelli di SI-SEL, con i no degli ex SEL di Mdp. Astensione invece da parte del Movimento 5 Stelle, che in tal modo ha reso evidente il non voler porsi come voce critica. Mentre l’opposizione della destra: Forza Italia, Lega, FdI alla Camera, in realtà esprime misure ancor più legalitarie nella costruzione della figura di sindaco-sceriffo, dando carta bianca alle forze dell'ordine ed è evidente che eviterà di bocciare al Senato, un decreto che incarna esattamente tutte le intenzionalità espresse. 

 E infatti Salvini ha salutato piuttosto favorevolmente il decreto di Minniti in Commissione Affari costituzionali e non solo: per mezzo di un accordo sottobanco tra PD e FI, la maggioranza di governo ha fatto proprio un emendamento di Mara Carfagna riguardo l'articolo 10 del decreto che consente il carcere per la “flagranza di reato differita” - dispositivo repressivo già in uso per gli stadi di calcio e che permette alle forze di polizia di fermare e arrestare persone anche senza aver commesso azioni criminose e unicamente tramite l’identificazione con videoregistrazioni: dunque quale miglior meccanismo repressivo durante i cortei nei confronti dei partecipanti, in particolar modo nelle manifestazioni politiche? 

Abbiamo poi la longa manus del PD-FI-Lega anche nella cancellazione dal testo del decreto, dell'emendamento governativo che stabiliva l’applicazione del codice di identificazione per reparto delle forze dell’ordine impiegate nelle piazze e che pur risuonando di farsa, dato che il codice di identificazione personale del singolo poliziotto non inchioda alle responsabilità penali, per la ragione che vuole queste perseguibili solo a livello individuale, l’immediata eliminazione di tale aggiunta da parte del governo, di fatto allinea il “centro-sinistra” renziano e il “centro-destra” di Belusconi, Salvini e Meloni alla medesima concezione repressiva dell’ ”ordine pubblico”, dando liceità ad ogni tipo controllo da parte della polizia. La propaganda d’altronde, è in grado di legittimarsi senza dover prendere in prestito eccessive didascalie e se lo stesso Minniti, nel dettagliare il proprio provvedimento, non si è fatto scrupolo nel sostenere che in Italia i reati sono diminuiti nel 2016 del 9,4%, ma vi è comunque una maggiore “percezione di insicurezza”, l’equazione è presto data. 

I reati calano del 10% ma a breve si ritorna alle urne ed ecco che per rispondere al giustizialismo forcaiolo la cui realizzazione del crimine non corrisponde al vero, si ricorre e necessariamente al provvedimento di “straordinaria necessità e urgenza”: un provvedimento classista che colpisca possibilmente con accresciuta ignominia i migranti, i mendicanti, coloro rimasti senza un tetto, i venditori abusivi, i tossicodipendenti, i sottoproletari, i piccoli spacciatori ed in definitiva la povertà che oramai si configura crimine e da cui s’arrischierebbe la“percezione di insicurezza”. Questo è dunque Minniti. 

 Il Daspo è il maglio brandito dal sistema borghese per far male. E di questo se ne è avvalso il braccio destro - un tempo - di D’Alema che in quello “urbano”, consegnandolo come strumento ai sindaci, ne alimenta l’ossessione nella“sicurezza” e nel “decoro”, rispondendo con estrema violenza, non solo ai meno abbienti ma preparando anche nuovi meccanismi di repressione verso militanti a cui pretestuosamente poter far carico di tutta una serie di accuse grottesche, quali ad esempio, l’arbitraria fruizione degli spazi pubblici. E’ l’arma che colpisce chiunque voglia esercitare il diritto di manifestare pubblicamente la propria dissidenza: un esempio recente è il fermo di polizia di centinaia di manifestanti diretti alla manifestazione Eurostop a cui è toccato il Daspo che li ha rimandati indietro col foglio di via obbligatorio. 

Inoltre tale dispositivo, consente al questore di estendere il divieto nella frequentazione di determinati luoghi pubblici (e non è un giudice a stabilirlo ma l’autorità di pubblica sicurezza) alle persone che presentano condanne che risalgono agli ultimi tre anni - anche con sentenza non definitiva - per spaccio (e qui la materia giuridica si fa incandescente, infatti è grazie alla Fini-Giovanardi, giudicata per di più incostituzionale, che è possibile includervi in tale conta anche i semplici consumatori di sostanze). 

 E non deve certo stupire che tra i “garantisti” più accorati vi siano buona parte dei rappresentati del partito-nazione, proprio coloro che più di tutti invocano il principio di innocenza fino al terzo grado di giudizio (esemplare è la supplica di Minzolini a cui è accorso in soccorso il PD) per i reati finanziari e non per le marginalità sociali. Dunque il sindaco di Firenze che è tra i più entusiasti del decreto Minniti, il renzianissimo Dario Nardella, lo “sgomberatore” compulsivo, l’alfiere del decreto ingiuntivo, lo strenuo “garantista” nei confronti di Renzi ed entourage, ha al proprio attivo uno dei primi “Daspo urbani”, seguito da Sala a Milano nel numero di due e dal sindaco leghista di Gallarate, Cassani, con ben 9 sanzioni e 7 Daspo in neanche un mese. Alcuna demarcazione o differenza è possibile ovviamente tracciare tra sindaci di “centro-sinistra” e “centro-destra” nel capitalizzare questa legge, Maroni da ministro degli Interni s’era dato un bel da fare affinché nascesse la figura del sindaco-sbirro e ora Minniti apre a questa possibilità con il decreto .

9.4.17

IL SOLDATO TRUMP VA ALLA GUERRA


Facciamo un passo indietro perché forse ci siamo persi qualcosa: nel 2014 Bashar el Assad, presidente siriano, consegnò le armi chimiche in suo possesso a una commissione internazionale e la cosa fu certificata da John Kirbi, allora portavoce del pentagono il quale informò il resto del mondo che un cargo, battente bandiera danese, sarebbe arrivato il primo luglio in un porto calabrese e aggiunse, per fugare le preoccupazioni dei cittadini, che le armi sarebbero state neutralizzate “in acque internazionali, in modo sicuro” e tutto il mondo tirò un sospiro di sollievo, tranne, forse, i cittadini di Gioia Tauro (il porto in cui approdò la nave danese), il cui respiro deve essere stato meno profondo. 

Ora, dal momento che ufficialmente la Siria era senza armi chimiche, dal momento che Washington sapeva questa cosa e dal momento che la Russia, sin qui tutrice di Assad, ha dichiarato ufficialmente che c’è stato un bombardamento siriano nei pressi di Khan Sheikum, bombardamento diretto contro un deposito di armi degli Jihadisti e ha sollevato l’ipotesi che quello che è oramai “un attacco chimico contro i civili” possa esser stato la conseguenza dell’esplosione del deposito jihadista dove erano custodite anche armi chimiche, o solo armi chimiche, le domande da farsi sono due: “Se Assad conservava ancora, almeno parte, del suo arsenale chimico, chi, nel 2014, doveva controllare, si è fatto imbrogliare?” e allora questa è incapacità bella e buona. 

E se è invece la Russia a dire il vero, l’altra domanda è: “Chi ha dato le armi chimiche ai tagliagole dell’ISIS?”. Ovviamente queste sono discussioni d’accademia, perché non si conoscerà mai la verità e in quell’immenso mattatoio che è diventato quell’angolo di mondo, tutti hanno torto e ognuno si sforza per dare il peggio di sé, in una sorta di gara dove quello che conta è il prestigio della propria forza, dove le azioni sono ispirate a sentimenti di vendetta, dove l’esigenza di tutti è riuscire a tenere ben saldi i piedi su una terra in cui gli interessi economici sono ancora tanti, dove i bombardamenti, i massacri, gli attentati e i crimini degli altri sono una giustificazione per i propri, dove ferocia e crudeltà si avvitano senza fine e dove la vita delle persone oramai vale meno di niente. 

Ma parliamo un po’ di tutti i protagonisti: l’attore principale del momento è Trump, che ha bisogno di accreditarsi come l’uomo forte del mondo e che intende ricordare a tutti, alleati e non, che gli USA sono stati, sono e resteranno i guardiani del mondo. Nella serata del 6 aprile, gli Stati Uniti si erano associati all’iniziativa presa da Francia e Gran Bretagna per la convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la condanna degli attacchi chimici in Siria. In tre avevano messo a punto la bozza di una risoluzione che non prevedeva, almeno nell’immediato, un intervento militare, ma avevano ipotizzato l’avvio di un'inchiesta dove il presidente siriano era chiamato a una stringente collaborazione; si leggeva, infatti, nel testo che Assad avrebbe dovuto “fornire i dati dei voli militari del giorno dell'attacco, i nomi degli ufficiali al comando di squadre di elicotteri e delle basi da cui erano decollati gli aerei impegnati nel bombardamento”. La risoluzione, però, non è passata, perché 

La Russia, una delle cinque potenze, membro permanente nel Consiglio di Sicurezza e con diritto di veto, la ha respinta “in modo categorico", come ha dichiarato in maniera scarna Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri Russo, aggiungendo che “gli USA hanno presentato una risoluzione basandosi su rapporti falsi. Questo documento complica i tentativi di una soluzione politica alla crisi, è anti siriano e può portare a un'escalation in Siria e nell'intera regione.”, praticamente un invito a nozze per Trump che ha dato libero sfogo ai suoi istinti guerrafondai e che con due navi e cinquantanove missili Tomahawk ha inviato un messaggio chiaro e inequivocabile: “Io ci sono!” consentendo, in tal modo, agli USA di riacquistare, in quello scenario, il ruolo di prima donna, coerente con la sua natura imperialista. Sì, perché, superato il primo impatto emozionale, ragionandoci sopra, Trump non ha voluto veramente “far male”, se lo avesse voluto, avrebbe indirizzato i cinquantanove missili, non sulla base aerea del bombardamento, ma sul palazzo presidenziale di Damasco, risolvendo una volta e per tutte la questione Assad, ma una cosa del genere avrebbe avuto implicazioni diverse e più pesanti; alla fin fine i missili sono stati un messaggio politico e poco importa se per inviare un messaggio ci sono stati quindici morti, tra cui nove civili e quattro bambini: quelli non contano e si chiamano “effetti collaterali”. 

L’altro protagonista è Putin, che da quelle parti, a spese di Obama, si era guadagnato un ruolo leader e che oramai ha visto bastonato il proprio prestigio. Putin è un personaggio del quale tutti conosciamo l’estrazione: uomo dei servizi segreti, abituato a muoversi con regole e schemi diversi, sospettato di esser il mandante di diversi omicidi in danno di quanti lo hanno avversato nell’esercizio del suo potere, potrebbe tranquillamente aver mentito per assolvere Assad dalla responsabilità dell’uso dei gas e una menzogna che coinvolge la morte, sicuramente atroce, di bambini e civili innocenti, non è sicuramente una cosa che possa turbare più di tanto la sua coscienza. In tutto questo c’è da considerare che Trump e Putin sono persone estremamente decise e per il momento il ruolo di quest’ultimo, nella zona, è stato in qualche modo ridimensionato, ma ove mai dovesse essere spinto all'angolo, la crisi potrebbe diventare imprevedibile e non dobbiamo dimenticare che questi due personaggi hanno a disposizione i due più grandi arsenali di armi nucleari del mondo. 

Poi c’è l’Europa, in evidente stato confusionale, i cui leader, dopo aver metabolizzato l’eccitazione delle prime notizie, hanno rilasciato, più o meno tutti, dichiarazioni possibiliste e giustificative nei riguardi di Trump, nessuno si è espresso in maniera netta e incisiva, d’altronde è in occasioni del genere che ricevi la conferma di tutta l’inadeguatezza posseduta dalle persone che si piccano di essere capi di stato o di governo e sudditi del Patto Atlantico e zimbelli del Comitato d’Affari della Borghesia della Troika. Per amore di giustizia, una citazione a parte merita l’Inghilterra (che non è più Europa) che per bocca della sua premier, signora Theresa May, ha usato, per approvare ed essere solidale con Trump, gli stessi toni entusiastici e da servo sciocco del padrone che aveva usato Tony Blair quando, innamorato di Bush figlio, si dichiarò pronto a inviare le truppe di Sua Maestà in Iraq per abbattere Saddam Hussein. Di contorno poi ci sono poi i personaggi di sempre: i capi dei vari stati, staterelli ed emirati, più o meno tutti espressone di una ferocia senza limiti, i quali sono solo preoccupati di difendere i propri interessi di bottega; innanzitutto assicurarsi una lunga, lunghissima, permanenza a capo del proprio paese, che nemmeno un imperatore medievale si sognava e accumulare patrimoni personali da collocare in giro per il mondo, in modo da potersi assicurare un eventuale esilio dorato. 

Tra tutto il variegato mondo di questi personaggi, in questo momento, sulla cresta dell’onda c’è Bashar al Assad, rampollo della dinastia che governa la Siria da più di quaranta anni, amico della Russia, personaggio che, con la sua benedizione, è riuscito, di fatto, a massacrare il proprio popolo; e pensare che Bashar non era destinato a succedere al padre nella guida della Siria; introverso e schivo, da giovane, ha studiato medicina in Inghilterra, ma le vicende del suo paese lo hanno riportato in patria come capo dello stato e la cosa gli deve esser piaciuta tanto che per difendere il suo ruolo è riuscito a fare più danni del padre. Un po’ più in là c’è Erdogan, nemico di Assad, contro il quale ha invocato la punizione divina, una sorta di imbonitore che è riuscito a farsi pagare miliardi dall’Unione Europea per tenere prigionieri quanti scappano dalla guerra, la cui unica preoccupazione è quella di accrescere il proprio potere, di accumulare soldi e di massacrare Curdi, ma di massacrare anche quei Turchi che non si mostrassero felici e contenti della sua presidenza. Però va anche detto che se Erdogan è nemico di Assad, è invece amico di Putin (che è amico di Assad) perché insieme hanno firmato gli accordi per realizzare il gasdotto Turkish Stream che porterà attraverso il mar Nero il gas russo in Turchia e poi, secondo il progetto, in Europa. 

Per aggiungere chiarezza a chiarezza, va detto che non meno equivoca è la posizione dell’Arabia Saudita, paese che ha le più grandi riserve di petrolio al mondo, che è la sesta più grande riserva di gas naturale al mondo e che, sempre al mondo, è l'unico paese che vieta alle donne di guidare veicoli ed è uno dei pochi a non avere un parlamento. L’Arabia è culla della dinastia saudita, anche questa preoccupata, come altri del resto, a far soldi e a radicare il proprio potere, che non solo foraggia le forze integraliste, ma continua i suoi bombardamenti su Bahrein e Yemen, campagna questa, contro i ribelli sciiti houthi, che è costata decine di miliardi di dollari, che ha ucciso almeno diecimila Yemeniti e che ha incrinato in parte i rapporti con gli USA, tant’è che sotto l’amministrazione Obama è stata ridotta la vendita di armi negando loro le bombe guidate. 

La lista potrebbe continuare, si potrebbe parlare di Libia, di Libano e di altri paesi che vivono oramai situazioni disastrate i cui parametri non si discostano da quelli sin qui enunciati, resta di fatto che il tutto è uno scenario di una opacità tremenda, in cui i personaggi, che pur appaiono diversi tra di loro, maggiori o minori che siano, hanno tutti un denominatore comune: rubano la vita della gente e quelle vite non valgono nulla, nelle loro guerre che sono sempre i nostri morti.

17.3.17

PER UN PRIMO MAGGIO DI CLASSE



Questo giorno nasce come momento e percorso di lotta e di solidarietà internazionalista e rivoluzionaria degli operai e dei lavoratori che manifestando in tutti i paesi, si riconoscono in quanto appartenenti alla stessa classe e a livello mondiale, dal momento che il proletariato non ha patria se non la consapevolezza della propria appartenenza. 

Il 1° maggio è stato da anni svuotato di significato e ridotto dai borghesi e dai sindacati gialli in Italia, in quella che si può considerare né più né meno che una parata nazionalistica e “festa” del lavoro”. La riduzione ad evento ludico e liturgico a cui da tempo è stata ricondotta tale ricorrenza, è un vero e proprio insulto al suo significato storico. E non poteva essere diversamente dato che il monopolio gestionale del 1° maggio pretende essere d’appannaggio di quelle organizzazioni, quali i sindacati confederali che hanno tradito nella concertazione e in favori padronali - diventando agenzie governative – ogni messaggio anticapitalista. 

La verità inoltre è che milioni di lavoratori sfruttati hanno molto poco da festeggiare. Lo stillicidio omicida di tale sistema, in tutto il mondo, sacrifica per cause legate all’attività lavorativa la vita 2 milioni di persone l’anno e un totale di infortuni che superano i 270 milioni. 

Nel nostro Paese, la macelleria operata nei confronti della giurisprudenza del lavoro da un ventennio - pacchetto Treu, Legge Biagi, Riforma Fornero, Jobs ACt - ha dato liceità all’utilizzo dei voucher (forma retributiva solo da pochi giorni abolita per evitare una mobilitazione di piazza e dal basso con una mossa che si è risolta pretestuosa. I lavoratori non li tuteli se all’eliminazione del voucher non segue il ritiro del Jobs ACt. Come è falso è che utilizzare i voucher interrompa il lavoro nero come sostiene Sacconi: semmai evita l’onere alle aziende (defiscalizzate), di stilare contratti regolari che abbiano con tutte le garanzie, la possibilità di applicare lo sfruttamento legale. Solo con la soppressione delle leggi anti-operaie che aprono la strada alla precarietà, ai nuovi caporalati è possibile ridistribuire il lavoro, evitando l’emersione del lavoro nero ) e nell’indecenza dell’ “accordo vergogna” (Il 10 gennaio 2014 i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Ugl hanno firmato con i rappresentanti di Confindustria, un accordo ("Testo unico sulla rappresentanza") che ha annullato la democrazia sindacale nelle aziende private, rendendo più ampio e in forma peggiorativa il modello Fiat-Pomigliano a tutte le aziende private. Confindustria (a seguire: Confcooperative, Lega Coop e Agci), Cgil, Cisl e Uil, Ugl con tale disposizione ha di fatto passato un colpo di spugna sulla democrazia sindacale nei luoghi di lavoro)), ha dimostrato come le leggi in ogni paese capitalista, siano finalizzate unicamente alla tutela della rapina, nell’accumulazione dei profitti (gli infortuni sul lavoro denunciati all’anno sono 1 milione, nel numero di centinaia di migliaia i lavoratori che vengono colpiti da malattie professionali fortemente invalidanti e che spesso sono il preludio ad una morte lenta. Per non parlare delle migliaia di morti a causa dei danni che l’inquinamento ambientale produce e che offre la misura di quanto alto sia per i lavoratori il costo dello sfruttamento capitalista). 

Ma questo 1° maggio, esige essere il maggio dell’unità internazionalista proletaria, è il maggio degli inoccupati, il maggio dei profughi, dei migranti economici, delle donne che più soffrono della svalutazione salariale e destinate al lavoro di cura nel miraggio neanche più socialdemocratico di timido tentativo del welfare. Un primo maggio che rimetta al centro dei percorsi di lotta, il problema della schiavitù salariale, indipendentemente da quanto questa venga concessa ad un contratto regolare o precario o peggio a nero. 

Le leggi (TURCO-NAPOLITANO e BOSSI-FINI) sull'immigrazione inoltre, non hanno fatto altro che allargare un divario, infiacchendo la solidarietà di classe nella concorrenza tra lavoratori e formazione di sacche di forza-lavoro di riserva. Le conseguenze ferali di tali regolamenti economici e legislativi, hanno determinano disoccupazione, licenziamenti, precariato, flessibilità, orari di lavoro aumentati, occupazioni non regolamentate, insicure e disumane condizioni di lavoro, salari ridicoli, diritti del lavoro e sociali non riconosciuti, servizi sociali impraticabili (tagliati, privatizzati), espulsioni, vittime del mare e i centri di identificazione ed espulsione(CIE: dove si consuma l’abominio, venendo applicata la detenzione di individui che non hanno violato norme penali ). 

Era il 1° Maggio 1884 quando si ebbe la rivolta di Haymarket: su migliaia di manifestanti in lotta, la polizia sparò provocando una carneficina, così nel 1889 durante il Congresso della Seconda Internazionale di Parigi fu deciso di indicare proprio il primo maggio come giornata di lotta. Va dunque ribadita la nostra memoria condivisa: la Festa dei Lavoratori è un momento di lotta internazionale senza confini geografici o sociali . La strada affinché ciò avvenga si può segnare solo nel rifiuto della pace sociale fra operai e padroni, proletariato e borghesia, tra sfruttati e sfruttatori, in quanto classi portatrici di interessi contrapposti. Ed è questa la ragione per cui i capitalisti criminalizzano continuamente la resistenza e la propositività della “canaglia pezzente” quale siamo, nel timore dell’unità di tutte le lotte. Tentare di delimitare – per quegli interi segmenti sociali in cui ci ritroviamo pienamente dato che non possediamo di certo i mezzi di produzione - i confini nazionali, etnici, di religione o di razza, architettare pretesti per giustificare l’esigenza di“guerre preventive” è per i capitalisti una questione essenziale, perché essi sanno bene di ritrovarsi con il rischio di una classe internazionale che realmente possa sovvertire il sistema economico ed ideologico che ne definisce l’attuazione . 

Compagni e compagne! Riprendiamo dunque in mano la bandiera internazionalista del 1° maggio, riaffermiamo ovunque la lotta per i nostri interessi di classe contro lo scellerato patto del governo con in padroni e i sindacati; ricostruiamo la teoria del conflitto. Solo alla solidarietà rivoluzionaria tra lavoratori, operai, oppressi, vittime delle guerre imperialiste deportate in occidente per il plusvalore dei padroni, studenti (e che con la Buona Scuola, nell’alternanza dello studio al lavoro non retribuito e necessario per i crediti scolastici, imparano immediatamente cosa vuol dire subire la logica del profitto sulla propria pelle e in questo caso, anche nel modo più odioso: offrendo in permuta il proprio futuro) e sfruttati di tutto il mondo, è dato di abbattere il sistema capitalista, catena dell’uomo sull’uomo e la sua violenza che tutto mercifica.

6.3.17

OTTO MARZO SCIOPERO GENERALE E MANIFESTAZIONE



E SE RIPARTISSIMO DALL’8 MARZO? 

Questa volta il discorso deve essere squisitamente al femminile, partendo, però, dal concetto esteso di patriarcato, che è quella sorta di controllo, oramai universale e retiforme, ove tutto deve essere congegnale al capitalismo, ai suoi meccanismi e ai suoi bisogni. Sì, perché, il capitalismo, interfaccia del patriarcato, è quello che bisogna combattere, perché è quello che mette in assoluto, al primo posto, l’interesse della classe padronale, interesse la cui traduzione significa: più soldi, più guadagni, meno spese, sempre meno spese ed è inutile ricordare che “spese” è la parola con la quale i padroni individuano il concetto di retribuzione per il lavoro per essi svolto. Ovviamente questo passa su tutto e non solo sulla negazione dei diritti, quella è la prima cosa che accade, ma, nel disinteresse totale e in molti casi consapevolmente, di danni alla salute. In effetti, al capitalismo va riconosciuto il merito di non essere razzista, né sessista, per lui tutti sono eguali, tutti sono da sfruttare e tutto è carne da macero; per cui, concetti come rispetto, sentimenti, dignità, affetti, non rientrano assolutamente tra quelli possibili da considerare nella sfera di quanti lavorano al servizio del capitale: esemplificando il concetto, questa è una vera e propria negazione dell’essere umano. E la donna in tutto questo? Per la donna è peggiore. È un fatto che questa sia un essere più complesso dell’uomo e in un mondo dove il parametro più immediato è la forza fisica, già questa sua complessità è una debolezza e dovendo, per la sua natura, dare risposta a più compiti rispetto a un uomo, a essa vengono negati più diritti. Perché questa volta il discorso sia posto squisitamente al femminile non ci soffermiamo a parlare di quelli che sono i diritti comuni, uomo/donna, di cui, queste ultime, come individui appartenenti alla società, dovrebbero poter godere, parleremo, invece, solo di quelli che sono i diritti legati alla natura dell’universo femminile: sessualità e maternità, temi scottanti, sempre sulle bocche dei benpensanti, nei riguardi dei quali le donne, oltre a ricevere gli attacchi padronali, devono subire il becero atteggiamento di Santa Romana Chiesa che sotto, sotto, non ha mai digerito l’aver dovuto ammettere che anche la donna possiede un’anima, (Concilio di Macon, 585 D.C., Gregorio I concede l'anima alle donne). Infatti, la prima violenza di cui il mondo femminile è fatto oggetto è il disconoscimento del diritto a poter gestire in autonomia la propria sessualità. Sappiamo tutti come in questo paese sia difficile accedere alla contraccezione di emergenza, come i consultori, luoghi deputati, tra l’altro, anche a questo compito e che dovrebbero esser centri di assistenza primaria, siano, invece, scivolati nel più bieco squadrismo clericale, perennemente ostile all’autodeterminazione femminile, coadiuvato in questo dallo stato borghese, che senza vergogna e senza troppi clamori, continua a tagliare strutture atte a garantire la salute delle donne. Ma non è solo questo, la donna, sul posto di lavoro, oltre a tutte le angherie che possono subire i colleghi maschi, può esser chiamata a offrire il proprio corpo come merce di scambio, può esser chiamata a rispondere della propria maternità, nei riguardi della quale, difficilmente può vivere senza ingerenze la scelta di avere o non avere figli, quando non compaiono, in aggiunta a tutto questo, fantasiose normative che poco o nulla tutelano il suo benessere o dell’eventuale figlio. Nei riguardi della maternità lo stato continua ad avere un atteggiamento esponenzialmente latitante, vive uno sganciamento sempre più accentuato dai compiti di tutela, garanzia e assistenza nei riguardi di quello che è un meccanismo primordiale per la società: il suo rigenerarsi, il suo continuare a esistere. In questa ottica una donna proletaria non ha scelta: al suo avere figli vengono negate cose come l’anestesia epidurale, questa sconosciuta nella stragrande maggioranza degli ospedali italiani, dove il: “Donna, con dolore partorirai figli!” di biblica memoria (Genesi 3-16) è una maledizione ancora valida negli ospedali italiani, dove la maternità, in aggiunta a tutto questo, vive un certo femminismo medioevale di ritorno, ispirato a nuovi dogmi New Age, dove millanterie tipo i fiori di Bach o aromaterapia contro i dolori del parto, sono la nuova frontiera, incoraggiata dalle ASL perché più economiche per la macchina statale. Ovviamente, in questo panorama la donna proletaria non ha possibilità di scelta, cosa questa che è diversa per quelle borghesi, le quali vivono le stesse circostanze, in maniera comoda e confortevole, potendo comprare quei servizi che dovrebbero essere forniti a tutti e il discorso può continuare, perché nella tutela della maternità, lo Stato è assente alla stessa maniera e una donna non abbiente, che abbia scelto di diventare madre, può vivere calvari dolorosissimi, fino alla sottrazione dei propri figli. Al tutto si aggiunge, spesso che queste non abbiano accesso a quanto in teoria è previsto per la prevenzione di patologie tipicamente femminili come il tumore della mammella o al collo dell’utero, procedure che ultimamente sono state oggetto di pesanti tagli, interfacciando, quindi, quello che è diritto alla salute, alla disponibilità economica. Cosa dire: le richieste sono quelle di sempre, quelle per cui le donne chiedono di essere individui, cittadine, persone con pari dignità e l’8 marzo può essere un buon inizio. 

MERCOLEDI 8 MARZO ORE 18 PIAZZA SANTISSIMA ANNUNZIATA MANIFESTAZIONE 

ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA

2.3.17

1 MARZO, UNA GIORNATA DI LOTTA DI CLASSE



1 marzo di lotta e di unità di classe 

Centinaia di migranti, insieme a pcl, usb, cub, prc, Marxpedia, per un altra città, sono scesi in piazza per reclamare i propri diritti. Libertà di circolazione, documenti, diritti e dignità per tutti erano gli slogan della manifestazione che si è svolta, combattiva e colorata, per le vie del centro. Una tappa importante nel percorso di ricostruzione di una coscienza di classe nel nostro paese. Da oggi vogliamo rilanciare i prossimi appuntamenti che ci vedranno impegnati, l'8 di marzo e sopratutto il 1 maggio che deve tornare ad essere una giornata di lotta di classe. 

UNITI VINCEREMO

27.2.17

1 MARZO DI LOTTA E DI UNITA' DI CLASSE




ORE 17 PRESIDIO IN PIAZZA DE CIOMPI FIRENZE 

ORE 19 CORTEO 

Una giornata in cui non vogliamo solo offrire solidarietà e vicinanza, ma vogliamo anche denunciare il business dell'accoglienza e il razzismo di tutte le Istituzioni 

DENUNCIAMO 

I tempi lunghi di attesa per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Il diniego sistematico delle domande di protezione internazionale. La condizione di chi lavora nei centri di accoglienza: sottopagati, precari, turni di lavoro massacranti; invece di svolgere un servizio di accoglienza verso i richiedenti asilo, rifugiati e migranti, sono ridotti a effettuare solo mansioni di portierato e controllo. Il sistema di sfruttamento e arricchimento da parte di soggetti che hanno fatto dell’accoglienza un business sulla pelle dei profughi spesso“parcheggiati come pacchi” per mesi. 

CHIEDIAMO 

LIBERTA' DI CIRCOLAZIONE, LAVORO, DIRITTI E DIGNITA’ PER TUTTI 

Durante la serata interverranno migranti protagonisti di lotte e i MIX da Livorno (gruppo di percussioni e musica etnica africana).

19.2.17

DALLA PARTE DEGLI AUTISTI DELLA TRAMVIA CONTRO OGNI ARROGANZA DIRIGENZIALE



L’ennesima violenza dirigenziale si è compiuta in queste settimane nei confronti di un’autista della tramvia che durante un turno di lavoro ha fermato momentaneamente il mezzo su cui stava lavorando per prestare soccorso ad un passeggero che aveva avuto un malore a bordo. La dirigenza Gest che gestisce il servizio tramviario a Firenze ha pensato bene di sanzionare il lavoratore con un giorno di sospensione per il ritardo accumulato durante il soccorso della persona. Con questo atto arrogante e violento, la dirigenza Gest ha palesato ulteriormente che i profitti vengono prima delle persone. Questo è il clima che respirano tutti i giorni gli autisti della tramvia che sono costretti a mantenere ritmi serrati durante il turno di lavoro e in caso di ritardo vengono puntualmente richiamati. Con questo comunicato vogliamo esprimere la nostra solidarietà nei confronti di voi lavoratrici e lavoratori del servizio di trasporto pubblico e mettiamo a vostra disposizione le nostre forze e i nostri spazi dell’associazione Mariano Ferreyra nel caso vogliate organizzare e intraprendere qualsiasi azione che metta fine all’atteggiamento prepotente della dirigenza aziendale. In questi tempi stiamo assistendo ad un continuo attacco ai diritti dei lavoratori da parte di governo, dirigenze aziendali e istituzioni, ma sappiamo quanto l’unione tra i lavoratori possa essere l’unico modo per migliorare le condizioni ed i diritti sul posto di lavoro. Contro le violenze dei dirigenti aziendali, uniamo e organizziamo la rabbia dei lavoratori! 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI SEZIONE DI FIRENZE 
Associazione Mariano Ferreyra

18.2.17

RAGIONANDO SU TRUMP



di Chiara Pannullo

"Il popolo americano è formato per la maggior parte di gente profondamente ignorante!", lapidaria e forte questa affermazione, vero? E tutti, forse, immaginiamo che sia stata fatta da un “cattivo ragazzo” della parte “cattiva” della sinistra “cattiva”. Invece no! Sorpresa, sorpresa! A esprimersi così è stato Alan Friedman, durante una delle trasmissioni televisive che commentavano i risultati delle elezioni negli USA e come non dargli ragione, anche se il giudizio rimane, comunque, troppo tenero. Su questa cosa va fatta una piccola riflessione; sappiamo tutti chi è il signor Friedman: la medaglia che brilla di più sulla sua livrea è la collaborazione come stagista nell’amministrazione di Jimmy Carter, trentanovesimo presidente USA. 

5.2.17

CRISI, SFRATTI, SGOMBERI, EMERGENZA ABITATIVA, UNA RIFLESSIONE IN NUMERI



La crescente e maggiore difficoltà delle famiglie che non riescono a sostenere gli attuali livelli di mercato si attesta oltre per il 35% ed è inclusivo di nuclei unipersonali (il 58% composti da donne). Inoltre, il 67,0% delle famiglie in affitto spesso sono monoreddito e così distribuite: per il 39,6% si inseriscono gli operai, il 29,2% riguarda i pensionati di oltre 65 anni (almeno per un quinto e un quarto è costituito da donne). 

Queste famiglie, che spesso possono contare su un salario da lavoro dipendente o una pensione, pagano mensilmente un affitto che incide fortemente sul proprio reddito, in percentuali che sono tra il 40 e il 50% a Genova e Torino, tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze, superano il 70% a Milano e Roma. Le spese totali per l'abitazione si attestano sempre tra il 50 e il 70%, oltre il 70% a Firenze, dall' 82 al 92% a Milano e Roma. 


Già nel triennio 2009/2011, l’insostenibilità dei canoni, comprensive di spese per l'abitazione con il precipitare della situazione economica, ha portato ad una successiva caduta occupazionale, in cui quasi 150.000 famiglie hanno dovuto lasciare la propria abitazione, subendo uno sfratto per morosità. Attualmente, facendo riferimento alle aree metropolitane a più alta tensione abitativa, gli sfratti raggiungono anche punte di 100.000 per morosità con 90.000 famiglie a cui è toccata un'esecuzione del provvedimento.

Ma il nuovo soggetto sociale, il nuovo proletariato, non riguarda solo giovani sotto la morsa della disoccupazione, l'inoccupazione o il Jobs act ma anche e soprattutto i migranti che spesso alla possibilità dello sfratto esecutivo, neanche vi arrivano, date le inesistenti politiche di accoglienza a questi rivolte (basti pensare alla colpevolizzazione e solo per citarne una, all'impossibilità di curarsi che de facto, il decreto Lupi del 2014 aveva stabilito per gli occupanti abusivi e i figli di costoro, dal momento che era stato loro reso impraticabile la possibilità di iscriversi ad una Asl e scegliere il medico di base) . 

Inoltre, va detto che il crescente numero di persone senza casa, diventa insopportabilmente paradossale se si fa un rapido calcolo sulla quantità di immobili inutilizzati – anche le caserme - sfitti sia pubblici che privati (oltre 7 milioni) e quasi sempre vincolate da piani bancari o di gruppi industriali (per non parlare dell’annosa questione delle proprietà ecclesiastiche) in attesa di speculazioni proficue. Quella degli sfratti, degli sgomberi e più in generale, dell’emergenza abitativa è una ferita profonda del tessuto urbano e sociale che va acutizzandosi giorno dopo giorno e offende, lede, umilia i diritti di coloro che in tale società sono le fasce più deboli, criminalizzate per la propria povertà. 

« A proposito della crisi economica 

Il 48,3% delle famiglie non riesce ‘ad arrivare alla fine del mese e il 44,9% per arrivarvi sono costrette ad utilizzare i propri risparmi. Solo una famiglia su quattro risparmia Le rate del mutuo per la casa sono un problema nel 28,5% dei casi, mentre per il 42,1% di chi è in affitto é problematico pagare il canone. ll 25,6% delle famiglie ha inoltre difficoltà a far fronte alle spese mediche. Molti hanno dovuto mettere in atto strategie anti-crisi come tornare a casa dai genitori (13,8%), farsi aiutare da loro economicamente (32,6%) 0 nella cura dei figli per non dover pagare nidi privati o baby sitter(23%) Fonte: Eurostat 30/01/17 

(..e a proposito degli sfratti e dei migranti) 

A Firenze ci sono molti edifici nati con funzioni di accoglienza che ora si trovano in stato d abbandono, ad esempio le caserme, vuote o in vendita, naturalmente attrezzate per l'accoglienza provvisoria: ex Ospedale militare in Via San Gallo (16,200 mq), Accademia di Sanità militare in Via Tripoli, caserma Cavalli in piazza del Costello, caserma Baldissera, Dogana in Via Valfonda. Passando ad edifici pensati con altre finalità: i1 convento di San Paolino poi divenuto i1 Monte di Pietà in via Palazzuolo, vuoto ed inutilizzato da decenni, su cui ha messo gli occhi un colosso del settore alberghiero per trasformarlo in una struttura di lusso, all'interno di un quartiere che più di altri avrebbe bisogno di luoghi di aggregazione e cura. 

In un progetto di lungo periodo, non obbligato all'emergenza, il complesso di Sant'Orsola (di proprietà della città metropolitana) potrebbe risultare invece - per posizione, per volumi, per proprietà, per lo stato dei lavori già effettuati — una sistemazione ottimale per l'ospitalità a rifugiati, richiedenti asilo, senza tetto e profughi, che si lasciano alle spalle guerre e paura. ‘ In quei settori del centro cittadino nei quali risulta evidente una situazione di disagio sociale ed abitativo — ciò che torbidi o inani amministratori chiamano “degrado.” — 1a trasformazione di un edificio monumentale e la ‘sua restituzione alla cittadinanza, rappresenterebbe un'operazione esemplare di emersione del dolore che affligge, nella città vecchia, il popolo nuovo.

 Fonte: Ilaria Agostini (urbanista Università di Bologna) »

29.1.17

DI NUOVO IN PIAZZA CONTRO IL RAZZISMO DELLE ISTITUZIONI


Sabato 28 novembre la Firenze che non abbassa la testa davanti alle ingiustizie è di nuovo scesa in piazza. 
Dopo l'incendio che è costato la vita ad Ali Muse, rifugiato somalo ed occupante dell'ex Aiazzone, e la nuova occupazione degli oltre novanta somali minacciata subito di sgombero militare dal sindaco Nardella oltre un migliaio di persone sono scese in piazza aderendo all'appello lanciato dal Movimento di lotta per la casa. 
Una manifestazione nata non solo per esprimere l'umana solidarietà a chi si trova in una situazione tragica, senza un tetto sotto cui dormire, ma per ribadire ancora una volta che i diritti si conquistano con le lotte, si impongono ad istituzione sorde e prone ai poteri forti. Una manifestazione che ancora una volta si è caratterizzata per la sua multietnicità, lavoratori, giovani, disoccupati italiani fianco a fianco a centinaia di migranti, richiedenti asilo, profughi, ecc, per ribadire ancora una volta che solo l'unità di tutti gli sfruttati può vincere, può strappare dei risultati anche insperati. 
Durante la manifestazione più volte il pensiero è andato ad Aldo Milani, segretario nazionale del SI Cobas, arrestato proprio venerdi scorso durante una trattativa sindacale al cui centro c'erano lotte fatte dal settore della logistica, in cui è fortissima la presenza di lavoratori migranti sfruttati in maniera disumana e bestiale da aziende e cooperative del settore, un arresto frutto di una macchinazione poliziesca degna di regimi autoritari ma anche segno della paura dei padroni. Quando i lavoratori si uniscono e rifiutano le divisioni razziste e sessiste i nemici della classe lavoratrice iniziano ad avere paura. La macchinazione, orchestrata in maniera goffa con la complicità della stampa di regime (in prima fila come sempre il fogliaccio renziano "repubblica"), è pateticamente fallita, i lavoratori non hanno creduto alla balla della mazzetta presa da Milani e si sono da subito mobilitati con scioperi, picchetti ed un presidio permanente sotto il carcere di Modena dove Milani era recluso. In poco più di 24 ore il castello accusatorio è fallito e Milani è stato scarcerato in quanto estraneo ai fatti, all'uscita dal carcere c'erano centinaia e centinaia di lavoratori che hanno portato Aldo in trionfo dimostrando che la repressione non ci piegherà. 
Concludiamo esprimendo ancora una volta la nostra solidarietà agli occupanti dell'ex Aiazzone e rilanciando le prossime scadenze di lotta a partire dalla data del 1 marzo in cui a Firenze si terrà una grande manifestazione antirazzista per l'unità della classe lavoratrice. 

Partito Comunista dei Lavoratori - Firenze

28.1.17

IL LAVORO DEI RIVOLUZIONARI TRA I MIGRANTI

L'immagine può contenere: 3 persone, spazio all'aperto



Negli ultimi anni il fenomeno dell'immigrazione verso l'Europa e in particolare verso l'Italia, ha raggiunto un punto di non ritorno, migliaia di persone ogni giorno tentano in qualsiasi modo di giungere in Europa per sfuggire da guerra e disperazione. Non ci sono solo le guerre in corso e le conseguenze di quelle passate che spingono questi "disperati" a fuggire dalle loro terre natie, le cause sono molteplici ma tutte hanno come causa comune l'imperialismo occidentale.

Non a caso i media di regime e i rappresentanti delle destre, tendono a fare una   netta divisione tra profughi di guerra e immigrati  comuni, cioè tutti quei migranti che non scappano necessariamente da un conflitto, ma che emigrano per trovare condizioni di vita migliori; è l'esempio di tutti i migranti provenienti dall'Africa subsahariana o dalle ex colonie dell'Asia meridionale come India e Pakistan. Nonostante questi paesi per le autorità internazionali non siano effettivamente considerati stati in guerra, vanno analizzate le situazioni interne alle relative nazioni; prendiamo l'esempio del Pakistan o della Nigeria dove quotidianamente gli estremisti islamici affiliati ai vari gruppi armati, mettano bombe e si fanno esplodere nelle piazze centrali delle  città provocando centinaia di vittime civili, o l'esempio del Senegal e del Gambia che oggi si ritrovano a subire le conseguenze di secoli di colonialismo europeo il quale oltre alla povertà ha lasciato in eredità alla politica locale gli insegnamenti sulla gestione del potere interno in piena salsa occidentale, fatta di corruzione, repressione e ruberie varie nei confronti della popolazione. In tutti i paesi dell'Africa subsahariana negli ultimi anni si registra una repentina diminuzione delle libertà fondamentali; in Etiopia il governo effettua campagne contro i media indipendenti, in Ciad, Eritrea, Uganda, Gambia, Guinea e Rwanda oppositori politici, attivisti e giornalisti difensori dei diritti umani sono andati incontro ad arresti, minacce e sparizioni. La situazione è peggiorata ulteriormente anche in Nigeria, Kenya e Somalia a causa della presenza di formazioni islamiche armate come Boko Haram e Al Shabab che esercitano una violenza sempre più crescente tra i civili con uccisioni, stupri e reclutamento di bambini soldato. Anche il Senegal nonostante abbia una delle  economie più stabili dell'intera Africa e una governance interna abbastanza consolidata infatti è forse l'unico paese africano che in 56 anni d'indipendenza non ha mai subito  un vero colpo di stato, rimane un paese con forti difficoltà economiche: più della metà della popolazione  vive largamente sotto la soglia di povertà , la disoccupazione è altissima, l'acesso ai servizi è problematico e la disparità tra popolazione rurale e urbane è elevata; il Senegal riguardo la crescita economica rimane uno dei 20 paesi peggiori del mondo.

In più dal 1982 nella regione del Casamance situata al sud del paese tra il Gambia e la Guinea-Bissau, è in atto un conflitto a molti sconosciuto tra i separatisti del Mouvement des Forces Démocratiques de la Casamance di matrice cristiana e l' esercito senegalese, a tratti molto sanguinoso, che ha trovato una tregua nel 2004, ma dove ancora oggi la situazione rimane instabile con sporadici attacchi. Dal 2006 con la morte del leader del MDFC, l'abate  Augustin Diamacoune il movimento non è stato capace di restare unito dividendosi in varie fazioni guidate perlopiù da ex militari addestrati dall'esercito francese. Negli ultimi anni la situazione pare migliorata ma i lasciti della guerra sono spaventosi, intere aree rurali sono state seminate con mine anti-uomo, villaggi e campi sono stati abbandonati e sanguinarie rappresaglie su entrambi i fronti delle forze hanno aperto profonde ferite, generando una forte richiesta di pacificazione nella maggioranza della popolazione. In questo momento è difficile capire la situazione reale, perché i movimenti guerriglieri si sono frammentati e alcuni gruppi si stanno dedicando al banditismo e al narcotraffico, perdendo di vista l’obiettivo dell’indipendenza, inoltre vista l'instabilità regionale il rischio d'infiltrazione di formazioni estremiste islamiche, come accadde dopo il conflitto  nel nord del Mali, è molto alto anche se la matrice cristiana della regione può agire da deterrente. Nel 2010 c’erano ancora 10.700 sfollati e le morti civili  causate dalle mine anti uomo sono state più di 750.Una situazione drammatica se si pensa che è ignorata dalla totalità dei media ed opinione pubblica.
Come organizzazione rivoluzionaria dunque non possiamo restare inermi davanti a questa ondata migratoria, il nostro ruolo di  comunisti  ci obbliga ad iniziare un lavoro con questi proletari in una prospettiva di classe precisa.

L'IMPORTANZA DELL'INTERVENTO DEI RIVOLUZIONARI TRA I MIGRANTI
L'intervento tra i migranti è stato per troppo tempo ignorato da quasi tutte le organizzazioni comuniste in Italia, in pochi hanno ritenuto utile fare un lavoro di sensibilizzazione politica a causa di una fossilizzazione ideologica che obbliga i comunisti ad ad intervenire solo  all'interno della "classe lavoratrice". I migranti che arrivano in Europa sono alla ricerca di condizioni di vita più adeguate, quindi di conseguenza anche di un lavoro; un immigrato con lo status di rifugiato, profugo ecc... è impossibilitato a lavorare a causa della mancanza di documenti che vengono rilasciati dalle questure in tempi non ben definiti, che possono durare anche anni; una soluzione per tenere i migranti in una situazione di ricatto a tempo indeterminato.

Un migrante rifugiato, viene considerato spesso come un sottoproletario privo di coscienza politica e non classificabile nella categoria dei lavoratori; ma questo è un errore madornale in cui,noi rivoluzionari,non dobbiamo cadere. Dobbiamo tenere in considerazione che un migrante che giunge in europa, volente o nolente è un futuro lavoratore, e questo vale sia per quelli che riusciranno ad ottenere i documenti e  un relativo lavoro regolare, sia per quelli irregolari costretti a lavori di fortuna o forzatamente a nero come i migranti dei vari ghetti del sud, costretti nei campi a orari di lavoro estenuanti con paghe miserabili, sotto controllo di caporali  senza scrupoli e spesso armati.  Il nostro dovere di comunisti ci impone quindi un intervento tra i migranti; sarebbe stato impensabile adottare una politica immobilista davanti a questo fenomeno, di conseguenza come sezione abbiamo deciso di iniziare un lavoro di politicizzazione tra i rifugiati di alcuni centri di accoglienza nei dintorni di Firenze, che rientra chiaramente in una prospettiva di lotta di classe precisa.

Lenin nel suo libro " Il capitalismo e l'immigrazione" scriveva: «La borghesia aizza gli operai di una nazione contro gli operai di un'altra, cercando di dividerli. Gli operai coscienti, comprendendo l'inevitabilità e il carattere progressivo della distruzione di tutte le barriere nazionali operata dal capitalismo, cercano di aiutare a illuminare e a organizzare i loro compagni dei paesi arretrati»,ed è proprio questo il nostro obiettivo "illuminare ed organizzare" questi migranti,abbiamo partecipato  alle loro riunioni ed illustrato loro la nostra visione politica del mondo,dove crediamo fermamente che esistano solo due razze:sfruttati e sfruttatori.Alcuni ragazzi del Gambia ci hanno raccontato del movimento studentesco Gambiano di cui hanno fatto parte e della brutalità poliziesca che gli ha repressi e della dittatura spietata di Yahya Jammeh. Gli abbiamo spiegato che ogni vittoria, ogni diritto conquistato, ogni passo in avanti fatto da noi lavoratori  italiani è una passo in avanti anche per i lavoratori migranti, rifugiati ecc..presenti sul nostro territorio e viceversa, logicamente tutto questo è possibile solo tramite l'unità tra lavoratori migranti e italiani,questione sulla quale abbiamo ottenuto un grosso consenso tra di loro.Un altro fatto significativo è che questi ragazzi hanno cominciato a  partecipare alle nostre riunioni dove grazie alla bravura e pazienza di alcuni compagni che traducono ogni cosa detta, è possibile colmare le divergenze linguistiche.                                                                                                                                                                                                 La cosa che riteniamo più propositiva è il fatto che i migranti in questione abbiano partecipato attivamente alla costruzione delle manifestazioni del  12 Dicembre e del 12 Marzo,intervenendo nelle assemblee preparatorie come quella in Via Aldini ed inseguito anche ad altri incontri come ad Union Class,una chiara dimostrazione che stanno comprendendo l'importanza della lotta di classe, riconoscendo in essa l'unica soluzione per ottenere vittorie seppur parziali.
Il fatto che molti di questi migranti oggi presenti sul nostro territorio sono probabilmente  solo di passaggio,non ci esime dai nostri compiti di rivoluzionari e di internazionalisti;un migrante che oggi acquisisce una netta coscienza di classe,anche se un domani dovesse lasciare l'Italia,potrà  dare comunque il suo contributo all'interno del movimento operaio di qualsiasi altra nazione decida di recarsi, dunque come partito continueremo incessantemente cercando di allargare il nostro intervento anche in altre situazioni in cui sono presenti immigrati,rifugiati,profughi ecc..insistendo sul principio imprescindibile secondo cui i lavoratori non hanno nazione.

LA GHETTIZZAZIONE DEI MIGRANTI NELLE PERIFERIE,iL PERICOLO DELLE INFILTRAZIONI MALAVITOSE E/O DEL FANATISMO ISLAMICO E L'UNITA' TRA LAVORATORI ITALIANI E MIGRANTI
Nelle città italiane, anche se prendiamo in considerazione le metropoli come Milano e Roma,nonostante esistano quartieri con una forte presenza di migranti, non ci sono ancora veri e propri quartieri "ghetto" come ad esempio la Banlieue di Courcouronnes a Parigi, i quartieri Nord di Marsiglia o l'ormai famoso quartiere di Molenbeek a Bruxelles, quartieri dove la lingua ufficiale è l'arabo,dove ormai vivono immigrati di terza generazione arrivati con la migrazione forzata della fine anni '50 quando a queste nazioni serviva mano d'opera dalle colonie a basso costo per la ricostruzione post bellica; ma pure quartieri come Slotevart ad Amsterdam, Whitechapel a Londra, Rosengard a Malmö, Mjølnerparken a Copenhagen non sono minimamente paragonabili ai nostri quartieri con presenza di migranti, dato che questi paesi hanno già subito in passato forti ondate migratorie che hanno spinto i governi locali ad isolare i migranti nelle periferie ,costruendo come ad esempio in Francia gli HLM "habitation à loyer modéré" (abitazione ad affitto moderato) dove ormai i migranti si sono stabiliti da più di mezzo secolo,andando a creare una realtà completamente diversa da quella a cui siamo abituati a vedere nelle nostre città.Il forte flusso migratorio che ci sta interessando e che negli anni a venire non tenderà assolutamente a cessare, muterà senza ombra di dubbio l'humus urbano delle nostre città portando così il capitale ad isolare sempre più i migranti, come già avviene parzialmente nelle nostre periferie, generando così quartieri ghetto dove sia la criminalità organizzata, piuttosto che il fanatismo islamico proveranno con foga ad infiltrarsi, ed il nostro intervento, la nostra presenza costante deve servire anche da deterrente per impedire tutto ciò. Dobbiamo essere consapevoli e capire sopratutto, di come sia le formazioni islamiche, sia la malavita organizzata riescono a fare breccia in certe realtà, di come agiscono e perchè riescono ad avere un forte seguito.

Prendiamo come esempio le Banlieue Parigine, quartieri dove fino alla prima metà degli anni '90  c'era un intervento politico abbastanza insistente sopratutto nell'ambito dell'antifascimo, non a caso  quasi tutte le Banlieue hanno avuto sempre sindaci legati al Partito Comunista Francese; la Banlieue di Gennervillers dove sono nati e vivevano i fratelli Kouachi artefici dell'attentato alla sede di Charlie Hebdo, dal 1934 è amministrata da sindaci comunisti. Logicamente l'intervento politico diretto tra i proletari delle Banlieue è andato scemando di pari passo con il crollo definitivo dei partiti comunisti occidentali che si sono ridotti ad un mero ruolo istituzionale, ignorando le lotte e l'emergenza sociale, facendo si che molti giovani senza più ormai un punto di riferimento politico che incanalasse la rabbia verso obiettivi precisi, per sfuggire all'emarginazione e per sbancare il lunario si rifugiassero nella delinquenza comune, vista come unica soluzione alla mancanza di un lavoro e di prospettive; quindi in poche parole possiamo dire che le organizzazioni criminali trovano terreno fertile nelle realtà abbandonate dalle istituzioni e dove manca un intervento politico di classe che possa scuotere le coscienze.
Le formazioni estremiste islamiche agiscono più o meno nello stesso modo già dagli anni '80 hanno iniziato a fare proselitismo nelle Banlieue  reclutando militanti come i responsabili degli attentati alla metro di Parigi nel 1995 legati al Gruppo Armato Islamico.I  metodi di reclutamento sono molto simili a quelli dei clan mafiosi; intervengono nei quartieri abbandonati dallo stato e danno ciò che lo stano non dà: soldi.Poi subentra il lavaggio del cervello, l'indottrinamento fanatico, il farti sentire parte integrante di qualcosa di potente e che la gente e lo stato temono. Lo stesso stato che per anni gli ha repressi e ghettizzati. E non importa se alla fine sono solo pedine in questo gioco di morte, per loro è un riscatto nei confronti del mondo occidentale che nei secolo gli ha sempre oppressi.

Dobbiamo dunque intervenire tra i migranti  portando oltre che all'intervento politico la solidarietà di classe da usare  come strumento imprescindibile per creare un'unità tra lavoratori italiani e stranieri,in contrapposizione  alla " solidarietà organizzata" che i padroni usano come arma devastante contro i lavoratori e gli sfruttati di tutto il mondo. Dunque la lotta per i diritti dei migranti, le lotte contro il razzismo e xenofobia devono andare di pari passo con le rivendicazioni dei lavoratori autoctoni, perchè non è dividendo le lotte che gli sfruttati fanno progressi, anzi ogni compromesso a questa linea è referenziale al capitale che con campagne anti immigrazione cercano con perseveranza di fomentare guerre tra poveri,trovando nei rifugiati l'unico capro espiatorio, coscienti che l'unità tra lavoratori italiani e stranieri può essere un pericolo per il mantenimento della pace sociale. 

Dunque è l'unità dei lavoratori il fulcro della questione, ogni altro tipo d'intervento tra i migranti se non mirato a questo fine, anche se di carattere progressivo non rientra nei compiti di un partito rivoluzionario. L'errore che non dobbiamo commettere è quello di scambiare l'intervento tra i migranti per una " campagna " di solidarietà attiva, limitandosi esclusivamente al sostentamento di quest'ultimi tramite l'approvvigionamento di beni materiali come vestiti, cibo o soldi, perchè così si corre il rischio di snaturare l'operato delle  sezioni, trasformandole in associazioni di stampo sociale.
La solidarietà materiale può essere sopratutto utile per creare un approccio iniziale con questi migranti, sviluppare un rapporto di fiducia reciproca e gettare le basi per il nostro intervento,ma sempre facendo presente sin da subito chi siamo e cosa vogliamo.

Niccolò L.  

27.1.17

SOLIDARIETA' AGLI OCCUPANTI DELL'EX AIAZZONE TUTTI IN PIAZZA SABATO 28 GENNAIO



Dopo la tragica morte di Ali Muse nell'incendio che ha distrutto l'ex Aiazzone si è scatenata sulla stampa una campagna di calunnie per colpire il Movimento di lotta per la casa e tutti coloro che in questa città lottano per l'affermazione di un diritto basilare come quello a poter vivere sotto un tetto (specialmente in un periodo come questo caratterizzato da temperature polari). La giunta Nardella dopo l'incendio e dopo la morte di Ali Muse non ha saputo far altro che invocare lo sgombero della nuova occupazione che gli occupanti dell'ex Aiazzone hanno fatto per poter vivere al riparo dal freddo e dal gelo. Nardella non si è limitato solo a chiedere lo sgombero manu militari della nuova occupazione ma ha fatto capire che il suo programma è quello di sgomberare tutte le occupazioni che ci sono a Firenze mettendo sulla strada oltre un migliaio di persone. Ci teniamo a ricordare che le occupazioni a scopo abitativo non sono fatte occupando le case di proprietà del singolo cittadino ma occupando stabili abbandonati da anni, lasciati nell'incuria più totale, di proprietà di grandi aziende, banche o immobiliari. A Firenze ci sono migliaia di case sfitte e migliaia di persone senza casa, oltre agli occupanti non si contano ormai le famiglie ogni giorno sfrattate con l'uso della forza pubblica, famiglie che nella maggior parte vengono sfrattate dalle banche quando una persona perde il lavoro e non può più pagare il mutuo strozzino concessogli per acquisire quello che dovrebbe essere un diritto basilare. Noi ci battiamo per la requisizione senza indennizzo di tutte le proprietà immobiliari sfitte o abbandonate di proprietà di banche, grandi aziende, società finanziarie, immobiliari e della curia. Si tratta di un patrimonio immenso che deve essere requisito a fini abitativi e/o sociali. L'emergenza freddo non si risolve mandando le persone sfrattate o sgomberate in strutture gestite da cooperative (dividendo spesso le famiglie stesse), in quella maniera si alimenta solo il business dell'accoglienza. L'emergenza la si risolve solo con le requisizioni, con un vasto piano di alloggi popolari, con l'auto-organizzazione dal basso dei comitati degli inquilini, degli occupanti ecc. 

AL FIANCO DEI MIGRANTI DELL'EX AIAZZONE 
LA CASA E' UN DIRITTO

26.1.17

GLI OPERAI HANNO ALMENO 69.000 BUONE RAGIONI ALLA LOTTA E ALL'ASSEMBLEA DI FIRENZE DEL 24/01/2017 LO HANNO SPIEGATO



E’ proprio dagli accordi vergogna che si dovrebbe ripartire. Il CCNL di Landini, Bentivogli e Palombella dovrebbe essere l’occasione affinché l’organizzazione operaia riprenda ossigeno, si mobiliti in ogni azienda, si rappresenti in forza e fuori dalle aziende, ricomponga la frammentazione delle lotte lasciate sospese (e che ciò accada e per quegli operai che hanno votato NO - e per coloro che nel clima intimidatorio e di ricatto hanno scelto un SÌ a denti stretti - anche nel continuum che al referendum del 4 dicembre si è reso possibile perché intatti si consegnassero almeno gli aspetti progressisti della Costituzione del 1948). 

Avevamo già affrontato come FIOM, FIM, UILM e il padronato tutto, avessero approvato senza remore l’ipotesi di accordo firmato il 26 novembre, trascinandosi tra mesi di trattative e pantomime drammatiche (hanno votato in 350.749, in una percentuale che si attesta al 63,27% per quanto riguarda i presenti: nei giorni di votazione. L’80,11% – pari a 276.627 dipendenti – ha votato SI’ e 68.695, dunque il 19,89% per il NO, le schede bianche sono state in tutto 3.836, quelle annullate, 1.591). Domandarsi perché la Fiom ‘pompierasse’ per il referendum si realizza quasi in una tautologia. 

La risposta sta in ciò che significa il contratto dei metalmeccanici dato che coinvolge quasi 1.6 milioni di lavoratori che, distribuiti che per varie ragioni in Italia rappresentano la categoria trainante delle avanguardie di classe (basi pensare al movimento partito da Pomigliano nel 2010). La votazione sull’ipotesi di CCNL infatti e indipendentemente dalle sigle sindacali di riferimento, pendeva come una spada di Damocle sulla testa di tutti i lavoratori delle aziende metalmeccaniche aderenti a Federmeccanica (l’ex FIAT vi è esclusa in quanto ora FCA) e realmente capaci di una mobilitazione che nell’organizzazione operaia ha cercato e trovato risposta. Ma vi è anche un’altra ragione per cui le burocrazie sindacali hanno fortemente voluto questo accordo, si tenga presente infatti che la Fiom non aveva firmato due accordi. 

E quando un'organizzazione sindacale al tavolo di contrattazione, arriva ad un accordo, esige un premio definito"quota contratto". Tale quota si considera e viene calcolata in base al numero d'iscritti che fatti i conti, sono centinaia di migliaia di euro. Soldi utili alla burocrazia e a stipendiare il proprio apparato. Non sedersi avrebbe significato minare la forza di Landini e dei propri esecutori. Ad ogni modo il Referendum sul CCNL, ha ampiamente svelato il tradimento consumato nei confronti degli operai delle grandi e medie aziende abbandonati dai propri dirigenti sindacali nella difesa di interessi e prerogative fondamentali ma in quelle fabbriche, tra l’altro numerose, dove i delegati hanno avuto possibilità di manovra, crescendo nelle vertenze e in tutte le iniziative, si sono dimostrate le capacità nel mantenere alta la conflittualità, in una battaglia che pur se è solo all’inizio, è stata in grado di ricompattare e ricondurre ad unità la dispersione dei lavoratori, riconsegnandogli identità sociale e dunque politica. 

L’Assemblea del 24 a Firenze, ha ribadito la necessità della battaglia contrattuale all’interno dei vincoli posti dalla Fiom, raccogliendone comunque i propri frutti. Basti riflettere su Genova, la cui vocazione operaia è altissima. il NO raggiunge il picco del 66,51 % (52 in tutta la regione) con percentuali che sono quasi unanimi (si ricordino gli accordi indigesti e al voltafaccia delle proprie direzioni sindacali come per la Fincantieri). Gorizia, caratterizzata dalle industrie dei cantieri navali che raccoglie il 75,18 %; Legnano-Magenta con il 51,99%. E ancora: Trieste (45,63%), Napoli (32,28%) Massa (43,10%), Pisa (35,63%), La Spezia (31,02%), Parma (28,45), Terni (40,83%), Messina (33,64%). Same e Tenaris a Bergamo (alla Tenaris, gli operai rifiutano per la prima volta un contratto nazionale), e realtà quali la Gkn (91,8%), Piaggio (60,1%), Danieli (85%), Fincantieri (46%), Motovario (86%), Motori Minarelli (159 votanti, NO 105, si 52), Continental (72,4%), Thyssenkrupp (55%), Perini (191 no, 53 si), Innse, Electrolux Gruppo Italia (Si 1127 NO 1532), Electrolux Forlì, NO 84% (527 votanti, 916 dip), Electrolux Solaro (Milano) 330 no, 244 si, Electrolux Susegana: 654 votanti,480 NO (74%) e a seguire, il No oltre per la metà a Corbetto, Ibm, Magneti Marelli, Lucchini, Bonfiglioli, le Acciaierie Arvedi di Cremona. Andrebbe ricordata poi anche l’Ast di Terni che ha visto gli operai opporsi lungamente alle disposizioni aziendali e che in Landini infine trovano un ostacolo, abbandonati come per i genovesi, dal segretario generale della FIOM firmatario di un accordo truffa e il cui NO anche in questo caso si attesta nel 55%. 

Confermando che le vittorie a metà o le sconfitte parziali, spesso si impastano di rabbia e rilanciano la lotta di classe. Si è ribadita inoltre l’importanza di rimanere con la guardia alta, di tenere in piedi un lavoro di militanza politica, sindacale che contrasti punto per punto l’applicazione del CCNL, che sia in grado di mostrare i nervi scoperti rappresentati dagli orari, la flessibilità, la legge 104, il ricatto dei premi aziendali e la promessa/menzogna di una scala mobile che invece comporta lo scotto dei prezzi al consumo ed energetici. 

Di ribaltare in forma oppositiva e feroce critica, il vergognoso accordo dato dal Testo Unico della Rappresentanza e con una prospettiva unitaria, evitando così il pericolo di una frammentazione che rischi l’attacco qualora non sia in grado di radicalizzarsi e stringere contatti stretti, rimarcando l’urgenza e la tempestività da parte dei delegati nel proclamare scioperi. Di guardare con attenzione alle realtà aziendali in grado di bypassare i vincoli del contratto e informarne i lavoratori, socializzarne le esperienze e rendere noti gli accordi favorevoli. Offrire solidarietà ai proletari, compagni e operai che hanno dimostrato essere in grado di resistere e di rimettere in piedi l’area di opposizione, necessaria anche per un sindacato che alla degenerazione burocratica e alla contrattazione al ribasso verso la classe che dovrebbe difendere, si è reso vergognosamente ostile a questa e complice piuttosto di imprenditori e padroni. 

E per tali motivi e altre 69mila ragioni del No che andranno combattuti quegli stessi accordi che la FIOM ha fatto propri, contrapponendosi alle strutture che la rappresentano, partecipando ad incontri ed essere presenti nelle rivendicazioni e nella lotte nelle fabbriche senza tralasciare le iniziative nazionali. E’ dunque fondamentale ora che non si disperda tale enorme patrimonio di opposizione operaia. Il risultato del No, i quasi 70.000 voti vanno ben oltre l’area di riferimento della sinistra Cgil (basti pensare che all’ultimo congresso si contavano in 40.000 le forze distribuite tra tutte le categorie della confederazione) sia del sindacalismo di base. 

E’ un patrimonio ingente che i proletari devono riprendere e rilanciare. Vanno dunque convocate le assemblee in tutte le realtà di fabbrica o di territorio in cui il NO quando non ha vinto si è dimostrato sostanziale, dandosi come obiettivo importante l’indire una grande assemblea nazionale di delegati eletti democraticamente nelle fabbriche e proponendosi successivamente di coordinare le punte più avanzate nell’antagonismo di classe e le varie realtà combattive. L’Assemblea si è data dunque come traguardo di traghettare i 70.000 NO a Landini, Federmeccanica e governo, verso una nuova stagione di conflitto al padronato.

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